Fu un’esplosione violenta quella che 17 anni fa spezzò la vita di Paolo Borsellino e quelle dei suoi agenti di scorta. Da via D’Amelio a Palermo si alzò una nube di fumo, polvere, calore tossico e aria irrespirabile. Nel caos dei soccorsi e della gente che, disperata, accorreva a quel tremendo spettacolo, avvenne qualcosa di oscuro e misterioso che in tanti hanno denunciato per anni ma che soltanto ora si insinua tra le carte ufficiali della magistratura italiana. Dentro quella nube oscura si piantarono i semi della menzogna e del mistero di Stato, un mistero che ha segnato nel bene e nel male le sorti politiche e istituzionali della nostra Repubblica. Dentro quel fumo nacque altro fumo, ben più denso e difficile da vincere. Il fumo della mistificazione, della lotta per negare la verità dei fatti, del tentativo ingegnoso e squallido di nascondere lo scandalo più grande del nostro Paese, ben più grande degli intrecci deviati con la P2 e di quella Tangentopoli che sarebbe scoppiata di lì a qualche mese. In quel caos di pompieri e cittadini, forze dell’ordine e strani personaggi di passaggio, sparì l’agenda rossa che il giudice Paolo Borsellino teneva sempre con sè, per annotare ogni singolo fatto della sua vita, in quella disperata corsa contro il tempo che aveva intrapreso dal momento dell’uccisione del collega ed amico Giovanni Falcone. Paolo Borsellino lo sapeva che sarebbe toccato a lui morire alla prossima occasione, e per questo non lasciava che nessun evento sfuggisse alla registrazione in quella sua agenda personalissima. Un’agenda che dopo 17 anni rimane ancora un mistero: è sparita del tutto e nessuno sa più trovarla. O forse nessuno vuole più che si ritrovi.
Come da tempo affermano, con rabbia e determinazione, i fratelli del giudice Paolo, Salvatore e Rita, quell’agenda scomparsa è il simbolo di come sono andate le cose, di quali intrighi si sono nascosti dietro quella strage, a ragione definita da qualcuno “strage di Stato”. Furono i vertici della nostra Repubblica a determinare l’uccisione di Borsellino? Sapeva troppo, per questo fu ammazzato? Gli interrogativi, che sono tantissimi, sono ancora del tutto aperti, anche se per molti le risposte sono già date perchè evidentissime. E il barlume di verità che sembra emergere ora è che Paolo Borsellino sapesse degli intrighi tra lo Stato italiano e la mafia, intrighi al cui centro c’erano accordi già conclusi o in fase di conclusione riguardanti, principalmente, il maxi-processo di cui Borsellino, insieme a Falcone e gli altri giudici del Pool Antimafia, era stato la mente ed il braccio. Ma questa storia verosimile, questa vicenda che sembra emergere pur rimanendo nel più profondo mistero, non ha ancora trovato la strada per divenire ad una soluzione ufficiale. E’ notizia di questi giorni la riapertura delle inchieste riguardanti la morte di Paolo Borsellino, atto che può significare la speranza di poter finalmente andare più a fondo, superando definitivamente il muro dell’omertà che le istituzioni stesse del nostro Paese hanno innalzato, facendosi scudo con il passaggio alla Seconda Repubblica.
Ma nel giorno delle commemorazioni ufficiali di Paolo Borsellino (commemorazioni che, per la verità, hanno visto una grande partecipazione di gente e cittadini comuni più che di politici e istituzioni), lo sguardo andrebbe rivolto principalmente al popolo di questo nostro Paese. Cittadini che sono stati sempre tenuti all’oscuro di certe macroscopiche vicende, cittadini sulla cui pelle si è costruito e distrutto nell’interesse esclusivo di lobbies e reti di potere che, nell’arco della storia, hanno solo mutato faccia e nomi senza mai modificarsi nella sostanza. Questi cittadini, che siamo tutti noi, possono essere la chiave della riscossa, della vera rivoluzione italiana contro qualsiasi forma di usurpazione della nostra libertà. Questo perchè le usurpazioni fin qui perpetrate sono avvenute costantemente sulla spinta dell’appoggio popolare: le stragi furono vissute e raccontate come attacchi della mafia allo Stato, la repressione amtimafia fu vissuta e raccontata come risposta dello Stato sulla mafia, il cambiamento degli assetti politici all’indomani delle stragi è stato vissuto e raccontato come un’Italia che rinasceva e si ricostruiva dalle proprie rovine e dai propri errori. Invece no, non è andata così: se le nuove inchieste sapranno essere efficaci, probabilmente si potrà dimostrare che le stragi furono fatte dalla mafia per conto dello Stato, che la repressione altro non fu che un’operazione di facciata realizzata sempre con l’accordo della mafia, che i nuovi assetti politici in realtà sono la riedizione malriuscita degli stessi intrighi già fatti dallo Stato con la mafia.
Paolo Borsellino forse è riuscito davvero a essere un giudice del popolo, per il popolo e per la libertà. Paolo Borsellino forse è stato davvero il grande esempio di lotta per la legalità che nessuna retorica nè schema politico potranno mai strumentalizzare, assegnandogli una funzione di distruzione piuttosto che di unificazione del popolo italiano. Nel ricordo di Paolo Borsellino tutti noi dobbiamo sentirci italiani veri, dobbiamo sentirci cittadini nuovi, votati alla affermazione della democrazia e della nostra libertà. Sulla scia del messaggio lasciatoci da Paolo Borsellino non esistono più confusioni pericolose tra i delinquenti ed i governanti, tra i mafiosi e gli uomini dello Stato. Paolo Borsellino era un uomo dello Stato, ed è morto per lo Stato. Solo che lo Stato per cui egli morì era in realtà tutto il popolo, era quella Repubblica democratica in cui egli stesso come pochi seppe credere profondamente, fino all’ultimo. Lo Stato che uccise Borsellino non era quel popolo nè quella Repubblica, ma la trasfigurazione di tutto questo e la distorsione di ogni senso della democrazia. Purtroppo questo Stato è in grandissima parte ancora al vertice delle nostre istituzioni, determinando l’impossibilità, oggi, di sentirsi italiani veri senza lottare per la verità. Oggi la lotta per la verità è una scelta di campo, una scelta politica su dove posizionarsi nelle trame di un Paese disastrato.
La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. (Paolo Borsellino)


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