La politica nasce come arte di ben governare la società, risolvendone al meglio i problemi e garantendo il rispetto delle libertà di ognuno. E’ evidente in questo antico modello una connessione strettissima tra la dimensione politica e quella sociale, in quanto la politica viene inquadrata necessariamente nel seno della società, quale suo elemento fondamentale ed inseparabile. Nel mondo di oggi, soprattutto nella nostra Italia alla deriva, per la coscienza comune di molti la politica è già di per sé qualcosa di autoreferenziale, di autonomo da tutto il resto. Questa autonomia, che a tratti prende le forme della più lacerante indipendenza e separazione rispetto alla società, dipende in buona sostanza dalla confusione tra chi fa le regole e chi vi è sottoposto: in altre parole, non c’è più distinzione tra controllori e controllati, tra governati e governanti. Questa confusione di ruoli, in cui già si annida il seme dell’antipolitica e quindi del peggior governo della società, è ben evidente se si osserva il meccanismo dell’elezione, strumento democratico per eccellenza: oggi noi votiamo inevitabilmente dei candidati posti da altri, applicando le nostre libere scelte (ma spesso neanche in queste vi è libertà vera!) ad una situazione predeterminata, decisa dall’alto e per forza di cose immodificabile. E’ qui che si squarcia il velo di Maya e si vede in modo manifesto il vuoto lasciato dall’anello mancante, quello che un tempo teneva inscindibilmente connesse la politica e la società. E allora forse la soluzione può essere costruita soltanto dal basso, in quella società che oggi è superficiale e distratta. Forse è tornando alla polis, con la sua vera discussione politica e le sue forme di democrazia diretta, che si potrà cambiare quello che neppure il diritto di voto sa oggi contrastare. La rivoluzione democratica del XXI secolo prende forma nei circoli e nelle associazioni, irrorati dal desiderio di libertà dei singoli.
Simone Aversano per MoCa Press di luglio 2009


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