Inserito da: Simone Aversano | 28 Maggio 2009

“Raccontare” le mafiosità quotidiane

Un tempo la maggioranza delle persone e la voce ufficiale delle istituzioni dicevano in coro unanime che la mafia non esisteva. Era un’invenzione quasi artistica, per coprire con un velo misterioso tutta una serie di vicende ed episodi che già di propria natura presentavano numerose oscurità. E’ stata una vera rivoluzione quella che, nel nostro Paese, ha portato a permettere che la voce della giustizia emettesse verdetti di fuoco che raccontavano di una mafia vera, esistente, in carne ed ossa. Una mafia che faceva vittime di carne e di ossa, e bagnava di sangue vero le strade e gli anfratti di città e campagne. E’ stata una rivoluzione, un’altra, parallela e contigua, quella che ha permesso di raccontare alla gente cosa c’era dietro la facciata. Raccontare il rovescio della medaglia, la realtà dietro gli incontri quotidiani di ognuno di noi in centro, al mercato, nei luoghi di lavoro e di ritrovo. Raccontare la struttura e il meccanismo di una società cresciuta sotto la coperta della nuova Costituzione repubblicana. Tra i tribunali e le redazioni, l’Italia ha provato a rifondarsi, incominciando a parlare di mafia e di fenomeno mafioso. Parole che prima non esistevano o che c’erano solo per essere taciute, iniziavano a venire fuori, a diventare anch’esse realtà. Come far vedere l’altra faccia della luna, a colpi di sentenze e di colonne di carta stampata.

Ma il percorso che si è fatto fino ad oggi ha portato con sè sempre qualcosa di meno rivoluzionario. Come se il cambiamento che si affermava, piano piano, fosse fratello gemello di una stagnazione che non voleva andare mai via. Quella mentalità del silenzio e dell’omertà, della “contiguità e quindi della complicità” secondo le parole di Paolo Borsellino, che non veniva smossa o disgregata dalla rivoluzione della parola e del racconto che veniva realizzandosi: quella mentalità mafiosa del silenzio, in realtà, si è sempre modificata e perfezionata. Potremmo quasi dire che la storia su questo punto ci ha insegnato che non esiste lotta alla mafia che non sia strettamente accompagnata da una controlotta alla legalità, da un silenzioso movimento di affermazione del silenzio nella società. Per questo esiste oggi, ed è sempre esistita, una fondamentale differenza tra chi “informa” e chi “racconta”. “Informare” dovrebbe significare esattamente “raccontare”, in una società positivamente orientata, in cui la lotta alla mafia riesce a camminare da sola e quasi incontrastata. Invece, nel nostro Paese non è così: moltissimi, quasi tutti informano; pochissimi raccontano davvero.

E così ci accorgiamo che i giornali ci dicono poco, quasi nulla in verità. Di tanto in tanto, veniamo avvertiti da diverse agenzie che la lotta alle mafie va avanti, perchè c’è stato un altro blitz con altri arresti importanti. Qualche processo ci viene sommariamente riferito e possiamo dire di essere informati sulle indagini e sulle sentenze dei giudici. Conosciamo a volte nomi e facce dei mafiosi più importanti e pericolosi. La TV ci offre a distanza di anni ricostruzioni storico-romanzate di che cosa sia stata ed è la mafia, creando nuovi eroi di pellicola inviatici dal satellite. Ma non è questo il racconto che la società di oggi, immersa nella mafiosità, dovrebbe ascoltare. Questo informare senza dire niente di profondo, senza scavare e girare medaglie e cortine, non è un racconto. E’ un’informazione che non racconta, che non dice e perciò non informa veramente.

Roberto Saviano lo ha ripetuto fino all’ossessione: “bisogna raccontare i meccanismi”. Raccontare, non informare su cosa siano i meccanismi o dire semplicisticamente che c’è qualcosa in più oltre agli arresti che ha sempre a che fare con la mafia. Raccontare, spiegare, mostrare con la forza di immagini visive o letterarie, ma vere perchè scavate nel fango vero. Nel fango infestato di rifiuti tossici, o di ossa di condannati a morte dai clan, o di sangue innocente e pulito. Raccontare che il clientelismo, quello che ti porta a votare per l’amico, il conoscente, il parente, nella speranza di un’offerta allettante in caso di elezione, questa mentalità definita clientelare altro non è che mafia. Raccontare che la mafia inizia dove non si radica la legalità dei comportamenti, e non dove c’è una villa bunker protetta da telecamere, dove nessuno entrerà mai prima di un altro blitz di carabinieri e magistratura. La villa, le proprietà ostentate, le potenze di armi e di soldi, si insediano e si insinuano solo dove la scuola non funziona, dove la scuola non c’è, dove gli amministratori sono collusi. Ma basta anche soltanto una comunità distratta, disattenta e disinteressata per aprire le porte alla mafia. Basta una cittadinanza che dimentica da dove derivano i propri diritti, che si rifiuta di progredire e di cambiarsi per affermare la legalità delle azioni quotidiane. E’ lì, in queste defezioni diffusissime che c’è mafia. Ed è questo che andrebbe raccontato, prima di ogni notizia di arresto o di processo. Perchè dopo un arresto ci sarà un altro boss, e dopo un processo si formerà un altro gruppo criminale. La vittoria della legalità sull’illegalità si gioca sul campo della coscienza civica e della vita quotidiana, sul campo delle regole che ognuno di noi è disposto ad accettare o a rifiutare. Raccontiamo questa mafia, e avremo raccontato davvero i meccanismi della nostra società.


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