Le folle di studenti che protestano in tutta Italia sono uno spettacolo caratteristico del momento che stiamo attraversando. Negli anni recenti non sono mai mancati cortei studenteschi contro i provvedimenti o le leggi ritenute di volta in volta sbagliate. Lo spirito di fatto non è mai cambiato, sempre quello della protesta senza se e senza ma, a ritmo di slogan sempre nuovi e sempre più creativi. Ma il punto è che bisognerebbe interrogarsi sulla sostanza di queste manifestazioni, meglio ancora su quelle che sono le reali intenzioni e proposizioni dei giovani che oggi popolano la scuola, e che domani saranno il futuro.
Non c’è dubbio che proprio in questi ultimi anni di proteste costruttive o valide, come potrebbero essere quelle che propongono un reale punto di vista al posto dei soliti ‘NO’, non ce ne siano state affatto. Di tanto in tanto, come se si trattasse della necessità naturale di esprimere uno sfogo, si sono susseguite prese di posizione che, seppur prevedibili, sono state scarsamente motivate ed argomentate. Di fatto gli studenti che protestano lo fanno contro la scuola in assoluto, non contro questa o quella modifica legislativa. Dico questo per due ragioni fondamentali: la prima è l’evidente scarsa informazione di chi realmente partecipa a queste manifestazioni, perchè lo si fa molto più per fare festa che non perchè realmente si creda in quegli slogan (o meglio, non perchè realmente si sia capaci di capire cosa comporta fino in fondo una certa presa di posizione, in positivo e in negativo); la seconda ragione è che la scuola italiana, al di là dei numeri e delle analisi, ha intrapreso un cammino di triste e netto distacco dalle vere istanze della vita e della società, per cui è naturale che qualsiasi modifica della scuola per gli studenti di oggi sarà pur sempre la vecchia ed obsoleta scuola, da buttare nel cestino piuttosto che da cambiare.
Ovviamente non si deve generalizzare. Male è farlo con qualsiasi categoria, soprattutto, poi, con gli studenti, che per natura rappresentano un corpo di istanze così eterogenee che in questi casi la generalizzazione corrisponde ad una tesi irreale. Ed infatti la mia non è una generalizzazione: certamente tra gli studenti molti sono anche quelli informati e convinti delle proteste e delle varie prese di posizione che hanno caratterizzato gli anni recenti. Ma così come non si deve generalizzare, neppure si può ignorare del tutto la tendenza della maggioranza, perchè tale tendenza rappresenta la proiezione di ciò che sta per accadere, di qui a poco tempo. Per la scuola e gli studenti, questa proiezione conduce in una direzione ben precisa: l’ulteriore allontanamento della scuola dalla società, così che entrambe rischiano di risultare più dannose che proficue per il futuro di questo Paese. Cosa può essere mai una società, seppur progredita economicamente, che non può affidarsi al settore della formazione nè può basare serie speranze per un futuro culturalmente migliore? E cosa può mai essere una scuola senza collegamenti con la società, lasciata perciò in balia di una apparente quanto incontestabile inutilità concreta?
Perchè sostanzialmente è questo che gli studenti avvertono, non sanno più dire a cosa serva la scuola. Non ne avvertono più l’utilità reale, narcotizzati come sono dalle mille illusioni rappresentate nella società di oggi dalla cultura del “tutto e subito” e del “senza sforzo nè fatica”. La disillusione verso le paventate utilità della scuola è forte e terribilmente radicata. E qui non conta tanto il discorso sulla maggioranza o sulle generalizzazioni, perchè questa non è altro che la cruda verità. La scuola oggi non serve più davvero. E io penso che sia così semplicemente perchè la scuola oggi non assolve più alla sua funzione, ossia quella di formare ed educare.
Non serve in questa sede ricordare gli episodi di bullismo, la crescente cultura di “youtube” che impone che la gloria passa attraverso video-bravate senza scrupoli, nè tutti gli episodi ascrivibili alle mille sotto-culture dell’anticultura della scuola (mi riferisco, ad esempio, alla tendenza crescente a marinare la scuola, a compiere atti di vandalismo, eccetera). Servirebbe piuttosto affrontare finalmente un argomento che troppo spesso viene messo alla porta come se si trattasse di un nemico: la meritocrazia.
La cultura del merito è, io credo, una delle basi fondamentali ed indefettibili di una democrazia. Non ci illudiamo di poter garantire le libertà ed i diritti di tutti se prima non si inculca a tutti i cittadini (e bene sarebbe farlo, appunto, in giovane età) la necessità di adempiere i propri doveri. Ma ciò non basta, perchè guardando all’Italia di oggi è fondamentale, in un ottica meritocratica, assicurare pure a tutti i cittadini che adempiendo i propri doveri si avranno in cambio i propri diritti. Messa in questi termini, la questione sembra banale. Invece se pensiamo allo “stile” che la politica ha accumulato nei decenni (in sostanza quello di fondarsi sui privilegi e di elargirli ai cittadini che si lasciano abbindolare), appare evidente come sia ben più complesso di quanto sembri realizzare concretamente l’equazione doveri-diritti. Eppure è necessario farlo, ed è necessario partire dalla scuola.
E’ fondamentale insegnare ai giovani che si può ancora credere che i doveri ci portano da qualche parte, perchè solo così i problemi educativi degli studenti potranno andare in secondo piano, consentendo di focalizzare l’attenzione su quelli formativi in senso stretto. In altre parole, finchè nella maggior parte delle scuole italiane sarà difficile persino tenere i ragazzi seduti al proprio posto ad ascoltare la lezione, non ci si potrà concentrare sull’ampliamento dei programmi, su una loro riorganizzazione, in generale sul miglioramento della qualità degli studi scolastici. Quest’opera di rieducazione va compiuta congiuntamente da scuola e famiglia, e certamente lo strumento della legge non può che essere fondamentale (se usato bene) al fine di indirizzare l’azione comune.
Ma chi glielo spiega agli studenti che negli ultimi giorni (e nei prossimi) hanno manifestato in piazza che la reintroduzione di una seria valutazione della condotta fa soltanto bene a loro stessi perchè permette loro, se questa misura verrà applicata bene, di concentrare tutte le proprie energie sull’apprendimento? Chi glielo spiega che valutare la condotta è un ottimo strumento per lanciare il necessario segnale del dovere di rispettare le regole? E come si farà capire agli studenti che se saranno educati alle regole non ci sarà potere al mondo, che sia lecito o illecito, che possa schiavizzarli e togliere loro la libertà?
Chi spiegherà anche che la vera vergogna è che per tanti anni l’Educazione Civica è stata la materia “tappabuchi” per eccellenza nella stragrande maggioranza delle scuole italiane? Chi farà capire loro quanto di importante si sono persi e quanto è fondamentale la reintroduzione dello studio di questa materia?
E coma mai nessuno esulta per una grande conquista, anche questa, come le precedenti, introdotta dal decreto “Gelmini”, ossia il blocco imposto sull’aggiornamento indiscriminato dei libri di testo? Lo sanno gli studenti quanti vantaggi hanno ottenuto, negli anni, quei professori che hanno adottato i libri in base a criteri economici legati alle offerte delle case editrici, e non in base alla qualità formativa dei testi nonchè in base all’impatto anche economico di questi testi sulle famiglie?
E ancora, perchè tutto questo accanimento ingiustificato nei confronti dei tagli all’edilizia scolastica? Dov’erano i rappresentanti degli studenti che adesso operano questa contestazione quando si sono verificati tutti gli episodi di vandalismo che tutti conosciamo contro gli edifici scolastici? Certo intervenire sull’edilizia scolastica è fondamentale, ma in un periodo di crisi economica in cui sono necessari anche tagli dolorosi alla scuola (come anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha affermato) è certamente più opportuno fare un investimento un pò meno tangibile ma molto più proficuo, ossia quello sulla rieducazione degli studenti. E non si adduca la circostanza che molti istituti scolastici italiani sono ridotti allo sfascio, perchè il decreto legge 137 prevede gli interventi necessari per le situazioni disastrate.
In sostanza, le folle di studenti in protesta attraverso le piazze italiane in questi giorni non sono uno spettacolo positivo. E’ positivo che gli studenti abbiano ancora la voce e sappiano tirarla fuori, e che abbiano una coscienza che fanno rispettare e pagare a caro prezzo, perchè anche questo è democrazia e libertà. Ma non è positivo che si alzi la voce contro la prospettiva reale di una ventata di meritocrazia. Se quegli studenti ci credono davvero in quegli slogan e non sono lì soltanto in adempimento a motivazioni meramente e strumentalmente politiche, abbiamo un problema in più oggi in Italia: quello che la meritocrazia, prima di poterla seriamente introdurre ed applicare, è necessario farla accettare agli studenti. Perchè adesso non la vogliono.


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E’ vero: la disinformazione rende ridicoli i ragazzi che protestano. Ma rende ancor più ridicoli quelli che parlano di meritocrazia applicandola al campo dell’istruzione, senza sapere nulla, ma proprio nulla, di teorie e modelli di apprendimento!
Dire meritocrazia a scuola significa negare la democrazia dell’istruzione e della formazione… anzi, peggio… dove c’è meritocrazia non ci può essere apprendimento!!!!!!!
Da: Sara su 28 Agosto 2009
alle 18:08