Sedici anni fa in queste ore un grande uomo che svolgeva con indefessa dedizione la “missione” di magistrato stava serenamente trascorrendo quella che sarebbe rimasta l’ultima domenica assolata della sua vita. Poi, quando questa domenica non era ancora terminata ma anzi c’era ancora tanto da vivere, se lo portarono via. Quell’esplosione in via D’Amelio a Palermo, che si portò via anche Emanuela Loi, Walter Cusina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Agostino Catalano, quell’attimo confuso, terribilmente scioccante, fu uno spartiacque. Impossibile non parlare di un prima e di un dopo, non solo da un punto di vista storiografico, ma soprattutto da un punto di vista squisitamente umano. Questo altissimo sacrificio, di uomini che in quel giorno hanno dichiarato allo Stato indelebilmente tutto il loro amore verso di esso, si sottrae necessariamente alla retorica, supera per forza tutte le parole scontate di una politica che non prova vergogna nemmeno a calpestare, dopo anni, la terra ancora bagnata di sangue dove questa ed altre stragi si sono perpetuate anche e soprattutto per colpe della politica stessa, colpe che la politica ancora non ha provveduto a rimuovere e a sostituire con una seria azione di riforma culturale del popolo italiano, vittima anch’esso delle stragi così come della retorica. Le commemorazioni in questi casi non si fanno con le parole, non si scrivono negli articoli, non si dicono affatto se possibile. Proprio l’aspetto profondamente umano, non solo in senso individuale ma prima di tutto in senso nazionale e collettivo, fa sì che l’unica commemorazione possibile sia l’azione. Un’azione decisa, incorruttibile, costante, coraggiosa, intelligente, informata, un’azione che non si fermi nè davanti alla retorica nè soprattutto davanti alle mistificazioni. Un’azione culturale e morale ispirata al senso della giustizia e alla ricerca della verità. Senza sosta, senza paura. Perchè la verità esiste e tutte le mistificazioni, operate a scopo della soddisfazione degli interessi particolari di pochi e a prezzo della vita di molti eroi, non sono altro che il migliore evidenziatore della verità stessa. Essa va ricercata, va desiderata, si deve perciò vivere per essa, usando quanto più è possibile l’arma imbattibile dei fatti e riducendo al minimo le parole, che di fatto ricuciono pericolosamente la differenza tra chi la verità la cerca e chi vuole ammazzarla. Ma chi vuole ammazzarla non ce la farà, perchè dentro questa Italia malata esiste un popolo che ha tanto fiato da mettere fuori, gente che respira oltre il puzzo del compromesso morale, persone semplici e già nuovi eroi che, come chi non c’è più, credono che l’appartenenza all’Italia sia inscindibile dalla condivisione della Costituzione, e che tale condivisione supera anch’essa le parole per andarsi a nutrire per forza soltanto dei fatti, delle azioni, della verità.
Oggi ricordiamo Paolo Borsellino e la sua scorta, ma anche tutte le persone che quel giorno o in altre occasioni, guidate dal senso umano di quel sacrificio, hanno pianto per loro e per tutti gli altri uomini e donne che non si sono tirati indietro davanti alla visione della morte ma hanno preferito l’unica strada vera verso la vita, quella che coincide con la libertà. Paolo Borsellino infatti non è morto e con lui non sono morti tutti gli altri uomini e donne che siamo soliti chiamare eroi. Un appellativo scomodo che forse nemmeno loro portavano o porterebbero con piacere, perchè pesa come un macigno, perchè ti distingue dagli altri. Noi oggi abbiamo una sola strada da percorrere per ricordare questi eroi e farli rivivere sempre: fare come loro. Non smettere mai di seguire davvero il loro insegnamento, ognuno nel proprio piccolo, ognuno con la propria vita. Solo così il loro sacrificio potrà essere ricompensato da quella vittoria per cui essi hanno dato la vita.
Ciao Paolo.



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