Sedici anni sono passati da quel tragico giorno. Una data indelebile nella memoria dell’Italia quale istituzione ma soprattutto quale popolo. Il 23 maggio 1992 veniva ucciso Giovanni Falcone, un uomo di Stato. Un magistrato, un uomo che credeva in un modo così viscerale nello Stato da dedicare ad esso, alla più bella idea di Stato che si possa immaginare, tutta la sua vita.
Non intendo spendere troppe parole per commemorare un simbolo, un esempio così grande e meraviglioso di virtù e di umanità. Nella lotta alla mafia la vuota retorica fa più male del silenzio. Ciò che mi preme sottolineare è quello che ritengo il messaggio ultimo in cui si può rappresentare la vita di Giovanni Falcone, una vita, per la verità, non rappresentabile affatto con delle parole: il messaggio è che lottare contro la mafia e contestualmente costruire uno Stato libero si può anche dentro lo Stato stesso, per quanto esso possa essere iniquo e profondamente corrotto. Giovanni Falcone amava senza dubbio la nostra bellissima Repubblica ed era proprio attraverso questo amore e attraverso la fede nella legge quale strumento della giustizia che egli ha inteso dare il suo inestimabile contributo alla causa della libertà.


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